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9 maggio 2009

La tortura che soffia sull'Italia

Per descrivere questa triste storia potrebbe bastare una sola frase, semplice ed eloquente: “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (Amnesty International). Tra il 20 ed il 22 luglio 2001, a Genova, furono commesse enormi brutalità da parte delle forze dell’ordine nei confronti di molti manifestanti. Tra tutte, preme sottolinearne una in particolare: le violenze subite ai danni di fermati ed arrestati presso la caserma di Bolzaneto.


Tortura: non è una formula impropria o esagerata. Due anni di processo a Genova hanno documentato, contro i 45 imputati, che cosa è accaduto in quella caserma maledetta contro i 55 “fermati” e 252 arrestati (i numeri sono approssimativi). I Pubblici Ministeri, nella loro requisitoria, hanno descritto dettagliatamente violenze e soprusi e “soltanto un criterio prudenziale” impedisce di parlare di tortura. Ma il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste (grazie ad un emendamento della Lega Nord). In venti anni non è stato adeguato il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’ONU contro la tortura ratificata dal nostro paese nel 1988. I reati contestati agli imputati sono solo: l’abuso d’ufficio, l’abuso d’autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto. Responsabilità che andranno in prescrizione dal gennaio 2009: tutti impuniti e contenti. Nonostante sia stato un inferno.


Molti in “posizione del cigno”: in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro. Ore ed ore nel caldo di quei giorni. Altri in posizioni peggiori: in ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati o nella “posizione della ballerina”, in punta di piedi. Tutti furono picchiati con manganellate o schiaffi. Tutti furono insultati; alle donne “entro stasera vi scoperemo tutte”, agli uomini ”sei un gay o un comunista?”. Altri furono costretti a gridare “viva il duce”. Anche in infermeria ci furono atrocità, con doppie perquisizioni della polizia di Stato e della polizia penitenziaria; detenuti spogliati con donne costrette a rimanere a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti. Umiliarono malcapitati e malcapitate, le donne indisposte non ricevettero cure, solo insulti: “puttana”,“troia”. Ignorarono i diritti degli imputati, costretti a firmare per attestare di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato.


Ci sarà una sentenza che definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato, ma i fatti ricostruiti nel processo non sono più controversi, sono accertati, documentati.

Per 72 ore una caserma diventò un lager: non era il Cile di Pinochet, ma il nostro Belpaese che sforna moratorie sui diritti civili all’ONU, che ricorda (giustamente e doverosamente) le tragedie che affliggono popoli come quelli del Tibet, Darfur, Birmania. Ma i diritti umani sono stati violati a casa nostra tra lacrime, sangue, crani fracassati, costole rotte.

C’è rabbia, tanta rabbia tra chi non si è sentito tutelato dallo Stato: per quei tre giorni la nostra democrazia ha fallito perché non ha protetto la dignità della persona e i suoi diritti sanciti dalla nostra Costituzione del 1947 (e presenti anche nella prima Magna Carta del 1225).

Cosa resterà di Bolzaneto e delle sue torture? Davvero si accetterà il fatto che finisca tutto a “tarallucci e vino” all’italiana tra prescrizioni, silenzi e dimenticanze?

E quante volte occorrerà torturare prima di parlare di tortura?

Bob Dylan diceva che la risposta è nel vento. Ma il vento italiano ha smesso di soffiare.


SENTENZA PROCESSO DI PRIMO GRADO SUI FATTI DI BOLZANETO

(14/07/2008)

15 condannati, 30 assolti. Tra indulto e prescrizione nessuno andrà  in prigione.


(Matteo Forciniti "Acido Politico" n°23)



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